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lunedì 10 dicembre 2018

Convegno sulla "Banda Grossi"

SANT'IPPOLITO (PESARO-URBINO) - Giovedì 13 dicembre, alle ore 21, alla BiblioS, la Biblioteca Comunale di Sant'Ippolito, si terrà un incontro dedicato alla “Banda Grossi, tra storia, arte e cinema”, per conoscere la storia di Terenzio Grossi e della sua banda di briganti, che nel 1860 mise a ferro e fuoco il territorio della provincia di Pesaro e Urbino.

Dopo i saluti del sindaco, Stefano Tomasetti, interverranno: Claudio Ripalti, regista del film “La Banda Grossi”, interamente girato e prodotto nella nostra provincia, e il Presidente della Società pesarese di studi storici e dell'Ente Olivieri, Riccardo Paolo Uguccioni. Importanti anche i contributi che porteranno lo storico Emilio Pierucci e il fumettista Michele Petrucci. A moderare l'incontro ci sarà il professor Serafino Giulietti.

Insieme a Claudio Ripalti, giovane regista di Fermignano autore di quello che è stato definito un vero e proprio “western all'italiana”, e agli altri ospiti presenti dell'incontro, si andrà alla scoperta della Banda Grossi, una storia vera di brigantaggio sociale che interessò le colline della provincia di Pesaro Urbino tra il 1860 e il 1862. Un racconto di avventura, coraggio e libertà che sopravvive nei racconti della gente del posto, che vede protagonista il brigante Terenzio Grossi e la sua banda. Una storia fatta di uomini che scelgono il brigantaggio come fuga a una vita di schiavitù e di sofferenza.
Tra notizie inedite che svelerà lo storico Emilio Pierucci, si parlerà di storia, cinema e arte grazie ai contributi dello storico e pubblicista Riccardo Paolo Uguccioni, coautore del libro che ha ispirato la pellicola “Vera storia della banda Grossi” scritto con Massimo Monsagrati (Flaminia edizioni, 1983), e del fumettista Michele Petrucci, vincitore dei premi Nuove Strade (2002) e Attilio Micheluzzi (2009) al Napoli Comicon, che nel 2010 ha pubblicato per Tunué “Il brigante Grossi e la sua miserabile banda”, un magnifico libro a fumetti dedicato proprio alla Banda Grossi.
L'incontro “Banda Grossi, tra storia, arte e cinema” alla BiblioS è organizzato da Sistema Bibliotecario CoMeta e Comune di Sant'Ippolito.

lunedì 3 dicembre 2018

TAVERNA DEL RE. Le Masserie che ospitavano i re Borbone tra le ecoballe. Ecco la foto del Corriere della Sera


GIUGLIANO IN CAMPANIA (NAPOLI) - E' davvero uno squallore quanto consumatosi a Taverna del Re, la zona agricola di Giugliano, in provincia di Napoli, salita alla ribalta delle cronache per essere diventata la discarica più grande d'Europa. 

Ma non si tratta di un luogo qualsiasi, si tratta del posto che ospita le casine dove i re Borbone, appunto, si recavano e soggiornavano durante le loro battute di caccia. Prima Carlo, poi Ferdinando entrambi periodicamente visitavano Taverna de Re (da qui il nome) dove riposavano, lontani da Napoli e da Caserta.

In mezzo alle montagne di ecoballe che lo stato ha depositato qui per sfegiare il nostro territorio e la nostra storia, esistono ancora delle masserie sopravvissute. Una di queste è quella meglio conservata: la Masseria del Re.


La masseria in mezzo all’immondizia compare nel reportage fotografico che Massimo Sestini ha realizzato per il Corriere della Sera. Non è l’unica che ancora sopravvive in mezzo alle montagne di spazzatura. Ce ne saranno altre due o tre, ormai declassate a ruderi, una ha perduto il tetto, di un’altra rimangono soltanto le mura esterne. 

Oggi quelle strutture sono ancora lì, così come le ecoballe. E questo la dice lunga sui posti di lavoro che vanno perduti. Sono centinaia, infatti, le persone disposte a pagare un biglietto per visitare un edificio che ha ospitato un re Borbone, come in questo caso. Ma si sa, la storia borbonica della Regione Campania, è finita nell'immondizia e, stavolta, non solo in senso metaforico.




Raccontiamo frottole? E allora cliccate sul seguente link per leggere l'articolo che racconta la storia di uno dei proprietari, intervistato qualche anno fa.


I ritratti dei Borbone raccolti nel Museo Campano di CAPUA. Guida pratica per una visita





CAPUA - Per gli amanti della storia dei Borbone, che hanno governato il nostro territorio per circa tre secoli, lasciando tracce evidenti del loro passaggio (e molte, lo ricordiamo, sono state distrutte) merita una tappa il Museo Campano di Capua. Tra le collezioni delle Mater Matutae, le "Madri", salendo ai piani alti, una sala raccoglie i ritratti dei sovrani.




Noi ne abbiamo immortalati alcuni, quelli che vedete riportati in queste foto che abbiamo scattato nel museo. E allora è possibile riconoscere Ferdinando IV di Borbone, Maria Sofia di Baviera, Francesco II di Borbone, Carlo III di Borbone. Ma ci sono anche Maria Carolina d'Asburgo, andata in sposa a Ferdinando IV, con i figli.


Qui ne abbiamo riportati in numero ridotto, ma la sala dei Borbone ripropone i ritratti dei principi ereditari, figli dei sovrani che si sono succeduti sul trono. Una curiosità: tutti i bambini noterete che sono abbigliati con vestiti tipicamente femminili e non sarete in grado di distinguere i maschi dalle femmine. Questo perchè nel XVIII secolo esisteva la tradizione di vestire i bambini fino a 3 anni con abiti tipicamente femminili, senza distinzione di sesso.


Allora, suggeriamo agli appassionati della storia del Regno delle Due Sicilie di visitare il Museo Campano di Capua, tra le altre cose, aperto gratuitamente la prima domenica del mese.


Per raggiungere il museo, basta digitare nell'applicazione Maps di Google la dicitura: "Museo Provinciale Campano di Capua", Via Roma, 68. 

Tel. 0823620076, Fax 0823620035

Aperture: Martedì e Giovedì 9-13/15-17
Mercoledì, Venerdì, Sabato e Domenica 9-13
Chiuso il lunedì, festività civili e religiose.
Aperto gratuitamente la prima domenica del mese, gratuito per i minori di 14 anni, disabili ed accompagnatori. Visite guidate su prenotazione.

Ingresso. Interno 6 euro; ridotto 3 euro, scolaresche 10 euro (min. 10 - max 25 persone)






martedì 13 novembre 2018

Ecco come ricevere l'esclusivo CALENDARIO 2019 dell'Associazione Maria Carolina, interamente dedicato alle strutture borboniche minori



L'associazione Maria Carolina ha pensato ad una pubblicazione dedicata interamente alle opere borboniche minori, ma non per questo, a nostro avviso, meno importanti di quelle note. In pratica, si tratta di quelle strutture volute e realizzate dall'architetto alla corte dei Borbone Luigi Vanvitelli e/o da alcuni suoi allievi.

Tutte le strutture riportate nel CALENDARIO 2019 che abbiamo ideato si trovano nella nostra Regione. Non è stato semplice scegliere tra i tanti beni, oggi tutti affidati ai privati, che sono stati oggetti dei nostri tanti tour. 

Da sottolineare infatti un aspetto importantissimo: esistono molti altri casini di caccia, opifici, ponti realizzati dai Borbone nel nostro territorio. Per motivi di spazio, ovviamente, non potevamo riportarli tutti nel calendario.

Lo scopo della nostra associazione è di lavorare al fine di recuperare quelli che noi consideriamo veri e propri beni culturali, anche se al momento non sono riconosciuti tali dallo Stato italiano, distruttore della memoria borbonica del nostro territorio.

Dicevamo delle scelte che abbiamo deciso di inserire nel calendario: 12 le foto che trovate e che riproducono i seguenti siti, accompagnati dalla relativa didascalia. 



Dall'alto verso il basso e scorrendo la colonna di sinistra troviamo:

REAL SITO DEL FUSARO, Bacoli (Napoli) - 1792
ACQUEDOTTO CAROLINO, Valle di Maddaloni (Caserta) - 1762
POLVERIFICIO BORBONICO, Scafati (Salerno) - 1851
PALAZZO REALE, Ischia (Napoli) - 1735
CONDOTTO DI SAN BENEDETTO, Maddaloni (Caserta) - 1770
REAL CASINO DELLA LANCIOLLA, Acerra (Napoli)

Dall'alto verso il basso e scorrendo la colonna di destra:

REAL SITO DI CARDITELLO, San Tammaro (Caserta) - 1744
REGGIA DI QUISISANA, Castellammare di Stabia (Napoli) - 1734
LANIFICIO BORBONICO SAVA, Napoli - 1825
PONTE MARIA CRISTINA, Solopaca (Benvento) - 1835
FONTANA CAROLINA, San Tammaro (Caserta) - 1789
CASINO VECCHIO DELLA VACCHERIA, Caserta - 1773.

In basso, a chiusura della pubblicazione, trovate il dipinto di Giovanni Serritelli, Lavori di rettifica del Sarno presso Scafati. L'opera riproduce la realizzazione della deviazione del fiume nell'ambito della costruzione del Polverificio Borbonico della zona.

E' possibile ricevere il calendario 2019 dell'Associazione Maria Carolina inviando un'offerta volontaria
IBAN IT49G0335901600100000162773
Beneficiario: MARIA CAROLINA O.D.V.

Per avere il calendario potete :

- inviare un messaggio all'indirizzo email assmac@libero.it,

-
scrivere alla pagina facebook Associazione Maria Carolina - IL BLOG (@associazionemariacarolina),

-  su twitter contattando @AsMariaCarolina 

Il calendario sarà spedito tramite invio postale all'indirizzo che dovrete indicare nella richiesta e previo invio dell'offerta volontaria. 

martedì 19 giugno 2018

LE FOTO. La Torre o Passo di Portella, ingresso del Regno delle Due Sicilie. Qui Ferdinando e Carolina si incontrarono per la prima volta





Nel territorio dell'odierno comune di Monte San Biagio, provincia di Latina, sorge la Torre di Portella o Passo della Portella. Originariamente l'antica via Appia passava sotto la struttura. In epoca borbonica, questa costruzione segnava il confine tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio.



Il 2 maggio 1768 Maria Carolina, arciduchessa d'Austria, venne in questo luogo dove incontrò per la prima volta il futuro marito, Ferdinando IV di Borbone (che le donò nell'occasione uno scrigno di gioielli), dopo aver, prima sposato a Vienna, per procura, il giovane principe, e dopo aver intrapreso un lungo viaggio attraversando gli staterelli che dall'Austria conducevano nel Regno di Napoli. 



Esattamente com'erano stati accolti in quello stesso luogo, Maria Amalia di Sassonia e Carlo III, predecessori di Ferdinando e Carolina. Stessa accoglienza per Francesco I, imperatore d'Austria quando si recò a Napoli nell'aprile 1846.

L'11 maggio 1770 toccò a Wolfgang Amadeus Mozart transitare dal Passo di Portella per entrare nel Regno di Napoli.
Costruzione annessa

La torre di Portella ha segnato il confine del Regno fino al 1870 e al suo interno ospitava la dogana e nella piccola costruzione in foto, la Gendarmeria. Fra questi edifici c'era anche la cosiddetta "baracca per la disinfezione delle lettere". All'epoca, infatti, anche l'aria era considerata veicolo di contagio tant'è che i viaggiatori potevano proseguire solo dopo aver cambiato i vestiti e superato un periodo di quarantena. 

Portella, lato sud

Una lettera che proveniva da un luogo lontano era considerata veicolo pericolosissimo di contagio. Per ovviare a questo problema si usavano gas, aceto e fumo. 




In questo luogo venivano pagati i dazi doganali, controllati bagagli e viaggiatori, messe in sicurezza le merci, che erano sottoposto ad un controllo preciso prima di entrare ed uscire dal Regno delle Due Sicilie.

La targa che ricorda il passaggio di Mozart
Oggi quel che resta del passo (e della storia di questo territoio) lo abbiamo immortalato in queste fotografie: non lontano da qui troviamo il cippo numero uno che segnava il confine tra il Regno e lo Stato Pontificio. Ma in zona ce ne sono anche altri. La struttura è trascurata e non è possibile visitarla. Classica modalità di gestione italiana dei beni culturali, e borbonici in particolare. Consigliamo, ad ogni modo, una escursione. 

L'antica via Appia chiusa da un cancello

La Portella come appare oggi

PER CHI VUOLE FARE UNA VISITA DIGITARE SU GOOGLE MAPS: "DOGANA CONFINE REGNO DELLE DUE SICILIE "PORTELLA""


martedì 15 maggio 2018

LE FOTO. Ecco come trovare il Cippo n.1 che segnava il confine tra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie



TERRACINA (LATINA) - E' saldamente ancorato ad una struttura di cemento il pilastro che delinea il confine tra gli antichi Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie.

Quel confine che vediamo in foto, fa parte degli oltre trecento Termini che segnavano l'entrata nel Regno dei Borbone. 

Si tratta del cippo numero 1 che costituisce l'inizio di una lunga serie. 

Due le scritte presenti: "S.S.", acronimo di Santa Sede, e "R", Regno delle Due Sicilie. La parte originale del cippo è quella che riporta il simbolo del Regno delle Due Sicilie, mentre la parte che riporta le "S.S." è una riproduzione di quella autentica, come si vede dalla foto qui al lato, dove è evidente la differenza tra i due tipi di pietra. La scelta di usare una pietra chiara è dovuta al fatto che nel restauro deve essere evidente la parte rifatta da quella originale.

Sul altri cippi, invece, sono presenti anche due simboli: le chiavi di San Pietro che guardano in direzione dello Stato Pontificio e il giglio borbonico cheinvece, guarda verso il Regno.

Il cippo numero 1, dunque era stato commissionato dalla Santa Sede ed aveva un costo minore rispetto a quelli marchiati con chiavi e gigli, più cari e commissionati dal Regno delle Due Sicilie.

       Il termine numero 1 così come lo vediamo in foto, si trova alla foce del fiume Canneto, vicino al Mar Tirreno (il numero 649 invece lo troviamo al ponte di barche di Porto d'Ascoli, alla foce del fiume Tronto).




Questa delimitazione del confine tra i due stati era il frutto di un accordo sottoscritto a Roma il 26 settembre 1840, che prevedeva l'installazione di 686 Termini di confine numerati dal mar Tirreno all'Adriatico. 



Sotto ad ogni colonnina venne sotterrata una medaglia di lega metallica con lo stemma dei due stati. I lavori cominciarono nel 1846 dal versante tirrenico, tant'è che i cippi posti in quell'anno ne portano la data, mentre gli altri riportano l'anno di apposizione 1847.

Non hanno la stessa distanza tra loro, ma da ogni cippo si poteva scorgere quello successivo. Erano ricavati da cave di pietra o da grosse rocce e venivano portati sul luogo di confine da gruppi di uomini. Il difetto di misurazione del confine è approssimato ai 10 centimetri: per l'epoca una posizionamento assolutamente preciso.



La solita Unità d'Italia condusse alla distruzione di una parte dei cippi: alcuni sono nei luoghi originari, altri furono distrutti, altri rotolati lungo i dirupi, altri portati in chiese, piazze, case private, cimiteri. Tutte azioni che avevano lo scopo di impossessarsi della moneta di lega presente sotto ogni cippo. 



PER CHI VUOLE FARE UNA VISITA AL CIPPO, DIGITARE SU GOOGLE MAPS: "TERMINE 1"


lunedì 7 maggio 2018

Il 7 maggio 1762 si inaugura l'Acquedotto Carolino


"Per venerdì 7 maggio, come già vi ho scritto, è stabilito per il Re e vi sarà molta gente alla visita per la curiosità e per malignare ancora, e poi, e poi non vi è il Re Cattolico e basta per dire tutto in ogni genere..". 

Sono queste le parole che il Vanvitelli usa nelle sue lettere per annunciare il giorno della "Mostra" delle acque del nuovo Acquedotto Carolino alla presenza del Re bambino.


Fu in questa giornata, il 7 maggio 1762 che, al cospetto del giovanissimo Ferdinando IV, arrivò l'acqua fugando ogni dubbio dei presenti con tale fragore che il suo strepitio fu così assordante da sovrapporsi a qualsiasi discorso dei presenti. 

"Molta gente è venuta a vedere la caduta dell'acqua, la quale è riuscita bellissima, copiosa, limpidissima e vaga per la varietà (...). lo strepitio era così grande che a parlare vicino alla fonte non si sentiva".

Una giornata storica per tutto il Regno dei Borbone. 

Convegno sulla "Banda Grossi"

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